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Neil Young + The Promise Of Real - The Monsanto Years

Il nuovo disco di Neil Young con i Promise Of The Real.

Crosby Stills Nash & Young - CSNY 1974

A 40 anni dal Doom Tour del 1974 che sancì la rottura del supergruppo Crosby Stills Nash & Young, ecco l'attesissimo cofanetto triplo cd + dvd.

Crosby Stills Nash & Young

Quella di Crosby, Stills, Nash & Young è una storia tutta particolare nel mondo della musica rock. Non un vero gruppo, piuttosto quattro individualità, quattro personalità forti legate da un rapporto artistico ed umano che avrebbe fatto la felicità di Freud.

Neil Young

Sulla scena da mezzo secolo, il solitario di Topanga è un perfetto esempio di eclettismo musicale a 360°. Da icona del country-rock anni 70 a padrino del grunge anni 90, la sua musica sconfina nei territori più disparati pur mantenendo una forte coerenza personale.

Neil Young - The Oral History

I dischi di Neil Young raccontati in prima persona: una collezione di interviste d'archivio a Young, i suoi musicisti e i produttori.

mercoledì 15 febbraio 2017

La situazione richiede che se ne parli: interviste a Neil Young


Estratti dall'intervista a Relix, gennaio 2017

Neil Young: [I Promise Of The Real] sono una band fantastica, hanno un fantastico groove. […] Quando suoniamo insieme possiamo improvvisare e fare jam, e cantano anche tutti molto bene. Sono molto più intonati di me. Eravamo nel sito di Keystone [oleodotto, Dakota] per protestare contro l'invasione dei terreni agricoli. Eravamo tutti lì, così ho detto “Vi faccio sentire un paio di canzoni che vorrei fare”, e le abbiamo fatte. “Who's Gonna Stand Up?” è stata una delle prime che abbiamo imparato. […]
Loro amano la mia musica e mi danno sempre suggerimenti sulle canzoni. E io so che qualsiasi canzone mi venga in mente di fare, loro la possono imparare appena gliela faccio sentire. Questo mi permette di suonare centinaia di canzoni, cosa che non è mai successa prima nella mia vita. È molto divertente ed è per questo che sto continuando, perché è davvero bello. […]
Ho suonato con i Promise Of The Real e sto suonando ancora con loro, ma di recente non erano disponibili. […] Erano in tour, mentre io avevo delle nuove canzoni che volevo registrare subito, quindi ho chiamato Jimmy [Keltner, batterista su Peace Trail]. Siamo buoni vecchi amici che sanno come suonare insieme e star bene, quindi per l'album ho scelto questa strada. […]
Alcune di queste canzoni parlano di cose che stanno succedendo proprio ora. I popoli delle Prime Nazioni e le multinazionali stanno facendo un testa a testa ed è un momento storico. Probabilmente andrà avanti tutto l'inverno ingigantendosi sempre di più. […] La situazione ora è anche più grave di quando ho scritto le canzoni. Questa cosa si ingigantisce, diventa il monito di una situazione che stiamo affrontando in questo paese, così come in altri paesi, e perciò ha una risonanza collettiva. Le multinazionali controllano il nostro governo, ecco cosa sta succedendo. Ora qualcuno sta tenendo loro testa. Quando qualcuno dice “Questo non lo potete fare”, loro rispondono “Lo faremo comunque”. […]
Faccio musica da un sacco di tempo e quello che io sento è ciò che voglio che senta la gente. Ecco perché faccio dischi. Quindi ho paura di come la gente ascolterà ciò che io creo, perché so come sarà percepito alla fine. Ci penso, a questo. Quando dico “Ascolto Jimi Hendrix”, significa che sto ascoltando qualcosa proveniente da un lettore mp3 e da un paio di auricolari, con l'audio di una pessima televisione o qualcosa di simile. È molto letterale. È una descrizione parola per parola. […] Tutte le canzoni sono nate nella mia stanza mentre mi guardavo intorno. Vanno e vengono, da seduto o da in piedi, ciascuna per sé. Non sono costruite pensando a nient'altro fuorché la canzone stessa. Non sono pensate per adeguarsi a una certa band o a un certo sound. […]
Tutte le mie canzoni [del passato] sono semplicemente individuali, non le vedo come una risposta [all'attuale clima politico americano]. Le vedo come momenti individuali. Alcuni resteranno in piedi e suoneranno attuali anche tra diversi anni, è semplicemente la loro natura. “After The Gold Rush” è una canzone che ora sembra avere particolare rilevanza, ho visto che il pubblico l'ha avvertita in modo particolare negli ultimi concerti. È buffo il fatto che succeda così, che vadano e vengano, ma io faccio semplicemente ciò che faccio: scrivo canzoni per come mi sento di scriverle e poi le suono. […]
Ci ho messo molto amore nel realizzarlo [il live-album Earth]. Abbiamo infranto le regole del disco dal vivo, non abbiamo cercato di farlo sembrare live. Credo che la nostra post-produzione per Earth sia durata circa quattro mesi – ci sono molti livelli costruiti sull'esecuzione live delle canzoni, pur mantenendo il mixaggio live originale. Non le abbiamo remixate, ma abbiamo aggiunto evidenti sovraincisioni e le abbiamo usate più come se fossero parte di un romanzo che non di un disco. Avevamo tantissime idee, come se fosse parte di qualcosa di più grande – un'immagine che, se la ingrandisci, si rivela essere un live. Ma se ti allontani scopri che c'è tutto un insieme di altre cose. È una storia sulla Terra.


Estratti dall'intervista a Mojo, febbraio 2017
 
Neil Young: Le cose stanno così, questo è quello che faccio ora. Pagate per vedermi dal vivo. Bene, questo sono io. […] Quando qualcosa è reale, è questo che succede. È un buon esempio per una serie di cose che potreste vedere quest'anno da parte degli artisti. A causa della situazione che stiamo vivendo, di cui un artista è consapevole e ne viene stimolato. È come innaffiare un giardino. La situazione richiede che se ne parli. […]
Sono state le canzoni a dire quando erano pronte. Avrebbero potuto esser state fatte da chiunque. Ma il modo in cui sono state realizzate è come il vento che soffia. Se provi a evitare di suonare proprio tutto, accadranno cose interessanti. […]
Siamo tornati negli anni 60. Abbiamo un nuovo presidente ed è come acqua per il giardino dell'attivismo. Ogni passo che farà per allontanare ciò per cui tanta gente ha lavorato o dato la vita, sarà ostacolato dalla forza della maggioranza della gente che ha votato. […]
Non è che “Ohio”, una canzone, abbia mai avuto una chance di cambiare la natura umana. La natura umana è qualcosa che cambia per molte ragioni e in un tempo molto lungo. [Il valore della canzone] è nel fatto che oggi ce la ricordiamo. La abbiamo citata, ci siamo tornati sopra. C'è qualcosa tra la musica e i fatti, sia che si incontrino esplicitamente oppure no. Quando coesistono, accade qualcosa a livello di informazione. E dura nel tempo. […]
[Il nuovo sito web di Archives] conterrà tutta la mia musica. Potrete ascoltarla e leggerla, vedere come si collega ad altre mie canzoni e anche agli eventi globali – le cose che capitavano nel mondo in quel momento. […]
Penso che CSNY abbiano molte possibilità di tornare insieme. Non sono contrario, anche se in questo momento non sono interessato. Ma di sicuro non intendo chiudere questa porta e smettere di ascoltare questi ragazzi e suonare con loro. Ci sono molte cose che devono essere risolte. Ma i fratelli e le famiglie fanno proprio questo. Vedremo cosa accadrà. Io sono disponibile. Non penso di essere io l'ostacolo maggiore.

Jim Keltner: [Neil] ci ha raccontato una breve storia a proposito di ciascuna delle canzoni, su come sono nate. [Per esempio] ha parlato di svegliarsi e rompere un vetro. Gli era appena capitato quel mattino. Stava ancora scrivendo il pezzo [“Glass Accident”] quando è venuto in studio. […]
[Peace Trail] è stato messo insieme così frettolosamente... Ma Neil riesce a convincerti che funzionerà. Lo conosco bene sotto questo aspetto. Ti ci farà appassionare in qualche modo. È questo che fanno le persone vere, gli artisti autentici. In questo momento della sua vita Neil sta cercando di dire qualcosa di significativo al mondo in cui viviamo. I suoi sforzi mirano a questo – oltre a suonare meglio che mai. Su Peace Trail la chitarra è ipnotica. È Neil al suo apice. 
Mojo
Thrasherswheat
Traduzioni di MPB, Rockinfreeworld

giovedì 2 febbraio 2017

Hawks & Doves / Reactor / Trans - The Rolling Stone archives

HAWKS & DOVES – 1980

Agli inizi dell’anno io e un amico discutevamo se era vero o meno che i Clash avevano già fatto il Disco dell’Anno con London Calling. Dissi: “Forse Neil Young ci sorprenderà di nuovo facendo ancora di meglio”. Il mio amico rispose: “Si, potrebbe. Ma dovrebbe fare un disco politico e non so se è possibile farlo proprio ora in questo paese”. Hawks & Doves può non essere il Disco dell’Anno (dura solo trenta minuti!), ma è un album politico sull’America e come la maggior parte dei dischi di Young non è quello che ci si aspettava, o meglio come al solito è diverso da ciò che stava facendo l’anno scorso. Nonostante alcune superstar degli anni sessanta hanno traghettato intatti verso i settanta, chi altro nel r ‘n’ r è così migliorato con l’avanzare dell’età? Chi altro è rimasto così vitale senza mai appiattirsi veramente? La cosa incredibile della recente forza di Young è il suo incrementato spessore. Lo stesso Comes A Time, elegante e molto ben curato (per una volta!) dava segni di maturità. Pochi artisti americani sopravvivono alla propria fama, ma proprio come i grandi autori, con così tanti capolavori alle spalle, Neil Young ha preso sempre più confidenza con la sua arte e ha fatto di meglio. Ha già cinque o sei carriere: i Buffalo Springfield, i primi anni come superstar solista, CSNY, il periodo buio culminato con Tonight's The Night, i trionfi della metà degli anni settanta come rocker rivitalizzato. Tranne qualche occasionale narrazione sociopolitica (“Southern man”, “Cortez the killer”) lo scriver canzoni di Young anche ai massimi livelli è sempre stato claustrofobico (nel senso di fobico!). Con Comes A Time ha raggiunto un distacco e una semplificazione dell’espressione e nel 1979, la sua miglior annata in assoluto, ha fatto grandi passi verso il suo pubblico riassumendo la sua carriera in un film concerto brillantemente organizzato (Rust Never Sleeps) e con album ravvicinati e connessi tra loro (Rust Never Sleeps e Live Rust). “My my, hey hey (out of the blue)”, o “Hey hey, my my (into the black)” è stato probabilmente il suo primo inno e Rust Never Sleeps è stato il primo album di Neil Young più incentrato sul mondo che sull’artista. “Powderfinger” e “Pocahontas” hanno fuso la visione personale di paura e desiderio con il senso della storia americana, cosa che è sempre affiorata qua e là nel lavoro di Young. Ma ancora più importante è la ricchezza d’immagini di “Thrasher” e la dirompente istantanea del rocker sulla classe lavoratrice di “Welfare mothers” e “Sedan delivery” utilizzano l’innato dono narrativo per definire la sociologia della propria generazione. Anche se musicalmente è una specie di passo indietro musicale (Young ha ancora una volta abbandonato i Crazy Horse per tornare ai suoi musicisti country), Hawks & Doves è il seguito delle ampliate visioni di Rust Never Sleeps. È però anche, come il titolo e la copertina indicano chiaramente, il seguito di American Stars ‘n Bars. Come quel disco è uno strano miscuglio tra gli scampoli del primo lato e il tirato country rock del secondo. Mantiene anche la divisione tra materiale acustico ed elettrico che c’era in Rust Never Sleeps e Live Rust. Ogni traccia suona come un istantaneo classico costruito sul materiale più spoglio: una buona mossa o semplicemente un umore. Il titolo del disco (“Falchi e colombe”) fornisce un concetto che quasi abbraccia i contenuti. Inizialmente questo tema sembra dividere i personaggi principali dell’album. “Little wing”, il godibilissimo frammento in apertura, è indiscutibilmente una colomba: “Lei viene in cità quando i bambini cantano/ e lascia loro le piume se cadono”. “Captain Kennedy”, che chiude il primo lato, è ovviamente un falco: “E quando arriverò a riva/ spero di riuscire a uccidere bene”. Musicalmente parlando i falchi possono essere i brani elettrici e le colombe quelli acustici. In un’altra estensione dell’immaginario del titolo, le canzoni della prima facciata stanno, quantomeno come atmosfere, tra “Birds” di After The Gold Rush e “Danger bird” di Zuma. Ma è nelle due composizioni più lunghe e strane di Hawks & Doves, “The old homestead” e “Lost in space”, che la consistenza metaforica del tutto collassa ma allo stesso tempo è anche il loro enigmatico caos di immagini che fa paradossalmente da collante all’album. Il lungo atteso seguito di “The last trip to Tulsa” è “The old homestead”, una narrazione misteriosa, ellittica e surreale in cui la luna, l’ombra di un uomo e uno stormo di uccelli preistorici accompagnano un cavaliere nudo in un viaggio di sette minuti attraverso la propria mente alla ricerca di una qualche connessione telefonica cosmica. Tutte queste immagini incombono su di lui come presagi di un destino che non si compie mai. “The old homestead”, la canzone più lunga dell’album, finisce col gettare una luce particolare sull’apparente spensierata atmosfera campagnola della seconda facciata. “Lost in space” inizia come se fosse la canzone personale del disco: “Vivi con me” canta Young. Finsce in modo analogo con: “Guarda questi blues/ I blu del mare profondo”. Ma tra i versi c’è una scena da sogno che riporta alla natura del destino sconosciuto di “The old homestead”. Il tranquillo tono acustico di “Lost in space” diventa inquietante quando un annacquato coro di bambini domanda: “Cosa può esserci di strano nel pericolo sconosciuto che giace sul fondo dell’oceano?”
Ogni breve canzone della seconda facciata è imperniata su un personaggio che offre uno squarcio sulla proverbiale fermezza della forza d’animo della working class americana. Accomunate dai riff di chitarra e violino che saltellano di canzone in canzone, queste composizioni formano una suite sulle abitudini dell’americano medio contemporaneo. Il lato si apre con “Staying power” (“Noi abbiamo la forza di restare tu e io/ la forza di restare nel bene e nel male”). Nella pimpante “Union man” Young fa il verso, impersonandolo, al lavoratore medio americano. Fingendo di presiedere una riunione di sindacato, fa mettere ai voti un’importante tema di discussione: “Dovrebbero essere fatti stampare degli adesivi con scritto: La musica dal vivo è meglio!”. Lontano dalla realtà del proletariato, così come lo era il movimento antinucleare di No nukes, mi ricorda l’ironica presa di posizione di Ronald Reagan a supporto dei colletti blu quando dichiarò che aveva guidato il primo sciopero del suo sindacato ai tempi di Hollywood. Il violino di Rufus Thibodeaux fa iniziare “Comin’ apart at every nail” col medesimo riff che chiude “Union man” nel momento in cui arriva la recessione:
È terribilmente difficile trovare un lavoro
Da una parte il governo, dall’altro la massa
Ehi ehi, non è giusto
Il lavoratore è sempre in mezzo a una maledetta battaglia
Oh questo paese mi piace sul serio
Ma questi ostacoli fanno sì che non si cavi un ragno dal buco

In “Comin’ apart at every nail” il timore che pervade il primo lato diventa esplicita minaccia di guerra e si finisce con la title track che riassume tutte le ambiguità come parti del problema. Costruita su un irresistibile coro, “Hawks & Doves” suona celebrativa e lugubre allo stesso tempo: “Non invecchio/ ma neanche ringiovanisco/ mi abituo solo alla conformazione di questo paese”. Attraverso una serie di casuali ironie Young distrugge astutamente il sentimento diffuso che in quest’anno delle elezioni in cui si ha la più triste scelta politica delle nostre vite, noi rappresentiamo l’elettorato medio: “Abbiamo il r ‘n’ r/ abbiamo la musica country/ se voi ci odiate/ semplicemente non sapete cosa state dicendo”. E il ritornello (“Pronto ad andare/ voglio restare e pagare/ USA! USA!/ così il mio dolce amore/ può danzare un altro giorno libero/ USA! USA!”) non fa che sottolineare ancora la compiacenza.
Neil Young ha articolato il tono del discorso politico nell’approssimativa e poco informata retorica del cittadino medio (che include te, me e lui). Ma se Hawks & Doves è da un lato una dichiarazione importunante, da un altro è anche un’affermazione inadeguata. È un altro capolavoro mancato, buttato giù come la maggior parte dei suoi album, cioè come una lettera per far sapere come la pensa almeno per il momento. Così quest’anno, dopo l’apocalittico timore della prima facciata, il rozzo cowboy urbano di oggi del lato due sembra una specie in pericolo. E se pensate che la descrizione younghiana dell’America prima della battaglia ma anche della presunta vitalità della new wave, allora vuol dire che state guardando indietro. Lui ha già pianto la morte di Johnny Rotten lo scorso anno. 
John Piccarella, Rolling Stone 1980


RE-AC-TOR – 1981

Un altro inscrutabile album di Neil Young! Senza mai ripetersi Young continua a buttar fuori dischi come piattelli da un tiro a segno, sempre più veloci, meno densi, meno scomposti dei precedenti, ma ognuno con un inconfondibile tocco da maestro e una visione sempre fresca.
Continuando ad osservare l’America, cosa che fa da Rust Never Sleeps, Young rende il paese con frasi fatte e slogan che poi àncora alla forma blues fondamentale. Continua a preferire, fin dagli inizi della sua carriera solista, lo scoprire nuovi formati ogni volta. Neil Young è sempre scivolato fra tre stili fondamentali (il folk solitario, il dolce country rock e l’hard rock blues) con l’abilità di un giocoliere. È quindi appropriato che le session elettriche con i Crazy Horse che ci si aspettavano dopo Rust Never Sleeps arrivino ora dopo la svolta country folk di Hawks & Doves. Veniamo ancora colti impreparati e naturalmente Re-ac-tor è differente da tutto ciò che Young ha fatto finora. Re-ac-tor è l’unico album di Neil Young (smentitemi se sbaglio) in cui è supportato per intero dai Crazy Horse (sì, conosco Everybody Knows This Is Nowhere, ma vi sfido a trovare una sezione ritmica in “Round & round” e poi quel disco vedeva la partecipazione di musicisti ospiti ed è stato fatto una dozzina d’anni fa). Proprio come Hawks & Doves era costruito sulle tematiche di Rust Never Sleeps, ma rappresentava fermamente un ritorno ad American Stars ‘n Bars, così Re-ac-tor continua la saga sulla classe lavoratrice della middle America. Anche il design di copertina rimanda alla stilizzazione di una bandiera (laddove la stella solitaria blu e le striscie rosse e bianche di Hawks & Doves vengono rimpiazzate da triangoli rossi e neri e dal cerchio in un richiamo del motivo del nucleare/falco e del solare/colomba). Inoltre il nuovo lavoro è totalmente intriso di r ‘n’ r, come se fosse il lato elettrico di Comes A Time, l’unico altro album di Young da una mezza dozzina a questa parte in cui pareva seguire indisturbato un ben definito stile musicale. American Stars ‘n Bars, Rust Never Sleeps, Live Rust e Hawks & Doves contrapponevano un lato a un altro. Re-ac-tor è invece tutto un commento sociale rumoroso e elettrico in contrapposizione alla quieta e acustica personalità espressiva di Comes A Time. E nonostante Re-ac-tor culmini con “Shots” nel medesimo modo rumoroso degli altri album sulla ruggine, questa musica è di una ruvidezza attentamente ricreata in studio, proprio come lo era la levigatezza di Comes A Time.
Il titolo, separato dal suo ovvio significato nucleare, sembra caratterizzare sia il penetrante ma maldestro ruolo di osservatore di Young, sia l’esplosiva inclinazione della band verso il rock. Ma mentre i Crazy Horse seguono il massiccio approccio live-blues dei lati elettrici di Rust, la produzione è più ordinata e i valori organizzativi più formalizzati. L’inconfondibile primitivismo professionale di questo gruppo combina i livelli di volume e di distorsione dei Blue Cheer con la strutturata stringatezza dei Creedence Clearwater Revival. I testi e la chitarra solistica di Young hanno solo brevi guizzi e sono asserviti a un generale intento ritmico. Mentre i precedenti pezzi chitarristici come “Cowgirl in the sand” e “Like a hurricane” incastravano fluenti assoli nella forma strofa-ritornello, “T-Bone”, il brano più lungo di Re-ac-tor, alterna semplicemente il suo unico verso a brevi break di chitarra per più di nove minuti: “C’è purè di patate/ non c’è la bistecca” può forse sembrare una cosa stupida da ripetere in continuazione, ma la frase si incastra bene nel tema che unifica l’album come un comico mantra rock.
Reaganiani Re-a-zionari dividono le immagini e i personaggi: i falchi e le colombe sono ora chi ha e chi non ha, il nero (profitto) e il rosso (perdita) dei colori della copertina. In “Opera star” è l’intellettuale o chi ha cultura contrapposto a chi non l’ha. In “Surfer Joe and Moe the sleaze” è tra i vincitori e i perdenti, mentre la classe agiata (“Andiamo tutti in una crociera di piacere”) non conta nulla in qualità di spettatrice. La decadenza di Los Angeles raffigurata nella canzone e il suo intreccio con i nomi propri dei protagonisti, riporta alla mente la cinica visione degli Steely Dan dall’interno di questi lussi. La chiusura della prima facciata con “Get back on it” anticipa ritmi e immagini di trasporto che pervadono il lato due. In “Southern pacific” la truffa dell’ingiunzione di pensionamento al ferroviere, il Sig. (Casey?) Jones, lo lascia sia con qualcosa (la pensione), sia senza qualcos’altro (la dignità). In “Motor city” uno che ha tre auto pensa di non averne perché una è rotta, una è rubata e la terza, una jeep dell’esercito, non ha tutti gli optional. Crivellata dal fuoco di un mitragliatore e da una chitarra fuzz urlante, saltellante e profonda (che ricorda Jimi Hendrix e lo stile della sua “Machine gun/ Star spangled banner”), “Shots” offre una visione panoramica del costruire e distruggere l’America. Lacerati dalla violenza della musica uomini, donne e bambini cercano di rappezzare sicurezze fatte di castelli di sabbia, mentre le vere forze in gioco sono fucili, macchine e lussuria. Ogni strofa finisce con la frase “nella notte”, dando a tutto l’allarmante montaggio l’ambiguo impatto psicologico di un sogno. È su questi confini confusi, tra domanda e offerta, che Young intende invocare la Preghiera della Serenità, riportata in latino sul retro della copertina: “Dio, donami la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, la forza di cambiare quelle che posso e la saggezza di riconoscere la differenza”. È proprio questa importante “saggezza di riconoscere la differenza” che il cantante insegue quando “continua a sentire spari”.
Queste sono le chiare, ruvide, basse visioni di un paese in difficoltà. Voi direte: “ma Young fa solo rock!”. Forse, ma una fatalistica rassegnazione appare sin dalla prima canzone del disco in cui si dice che “qualcosa non cambia mai”. Nel brano più funk di Re-ac-tor, “Rapid transit”, frasi-slogan dei media come “Fusione” e “Nemico pubblico” vengono balbettate a ritmo. Soprattutto quello che Young continua a fare con vigore e genialità è creare potenti stati d’animo. Queste intensità confezionate in fretta, modellate dalla scarsità di materiali, frammenti del linguaggio e della musica americana, sono simboli della crisi attuale. E se sembrano solo un segno dei tempi, è perché negli apocalittici incubi di Neil Young, segnare i tempi è un’attività profonda e terribile. 
John Picarella, Rolling Stone 21 gennaio 1981


TRANS – 1982

“Bene, riecco il Sig. Stranezze”, è stata una delle prime reazioni che ho sentito quando ho ascoltato il suono sintetizzato e le voci col vocoder che caratterizzano molto materiale di Trans, il nuovo album di Neil Young. Con lui uno impara ad aspettarsi l’inaspettato, ma questo disco è una drastica rottura nei confroti di tutta la sua carrier (un po’ come Low per David Bowie che ha rappresentato un definitivo addio all’Esile Duca Bianco). È doppiamente sorprendente perché Young, nonostante l’inclinazione a cambiar musica di disco in disco, ha sempre affondato profondamente le sue radici nel buon terreno fertile della tradizione cantautorale americana. Per cui se perfino lui si è sentito costretto a disturbare i suoi testi con codici Morse computerizzati, filtrando la propria voce con vocoder e moltiplicatori d’ottave, cosa possiamo fare affinchè questo prode nuovo mondo che sta prendendo il sopravvento non trasformi i nostri più vigorosi artigiani della canzone in cloni computerizzati? Forse che questa volta il sempre suggestivo Young sia andato davvero troppo lontano col suo zelo nello sfuggire al triste destino di quei Tutankamen ambulanti (e una volta compagni) che sono CSN? Non esattamente. Sembra che Young sia rimasto colpito, all’epoca di Re-ac-tor, dal alcune nuove uscite discografiche e una di queste, Computer world dei Kraftwerk, particolarmente. Trans documenta le sue impressioni sul mondo dei computer che i Kraftwerk avevano celebrato in modo tanto gelido e intelligente su quell’album del 1981. Ma poi Young se ne andò alle Hawaii con la sua band di soliti amici (Crazy Horse, Ben Keith, Nils Lofgren e altri) e registrò una manciata di nuove canzoni scritte in una vena più tradizionale. Su Trans è finito materiale da entrambe le session e questo intenzionale scontro di stili (cosa sempre metodica nella pazzia di Young) è ciò che rende questo disco un puzzle così intrigante. Trans inizia con una falsa partenza: “Little thing called love” è una canzone d’amore perfettamente innocua. La musica è pimpante e luminosa e si risolve con quegli accordi carini di settima maggiore alla fine del ritornello che portano al dolce nulla di un’obliqua impassibilità: “Solo l’amore di porta alle lacrime/ solo l’amore ti ipnotizza” e così via. È una di quelle cose che si possono bisbigliare nel sonno e forse questo è il punto. Ma questo sussurro di banalità svanisce subito per lasciar spazio al tonfo sordo di una batteria elettronica che unita a un’eterea cascata di sintetizzatori annuncia l’arrivo degli androidi. Young canta con una voce alterata elettronicamente nelle quattro restanti canzoni della prima facciata e in “Sample and hold” sulla seconda. Sembrerebbe che la sua missione sia quella di animare il mondo del codice binario. “Computer age” e “Transformer man” suonano come inni all’utopia del futuro dei microchip e i compari computerizzati di Young, singolarmente molto contenuti, ci allietano con un prezioso squittìo vocale. È come se attraverso l’astrazione dell’intelligenza umana dai pregiudizi emozionali che solitamente la viziano, potessimo aspirare (elettronicamente) a un più vero ideale di perfezione. Per quanto Young sia diventato esperto con i suoi nuovi giocattoli e per qanto abbia compiutamente concettualizzato le proprie idee a riguardo, rimangono comunque molto distanti dagli spazi aperti del suo ranch californiano e dagli ambienti hi-tech della Germania Occidentale dei Kraftwerk. Tutto ciò significa che per quanto Trans debba molto a una certa mimica stilistica (i Kraftwerk scrivono “Computer world” e “Computer love”, Young scrive “Computer age” e “Computer cowboy”) è comunque controbilanciato da almeno tre canzoni in cui Young suona alla grande. “Like an Inca” è una delle canzoni visionarie meno ironiche e sfrontate che abbia mai scritto, che si pone al fianco di capolavori come “Last trip to Tulsa”, “The old homestead” e “Like a hurricane”. Questa incongruità tra vecchie e nuove mode è urtante, un po’ come vedere un disco volante standosene seduti fuori da una capanna in campagna. Isolate le tre canzoni di Trans non “codificate” e compresse (“Little thing called love”, “Hold on your love”, “Like an Inca”) e avrete un’idea dell’album che avrebbe potuto essere: ottimista, frizzante, molto cantautorale, abbastanza simile al suo album di debutto del 1969 (un’ulteriore canzone d’amore, “If you got love”, è stata esclusa all’ultimo momento, talmente tardi che non si è potuto cancellare dalla copertina). I cinque brani computerizzati rappresentano, per contro, un atteggiamento completamente differente. Agitate i due ingredienti, collegateli con una nuova versione di “Mr. Soul” (presa dai tempi dei Buffalo Springfield), che coniuga passato immortale e presente digitale: avrete un album di realtà in collisione che in qualche modo riflette la nostra epoca moderna. È il mondo in transizione (da qui il titolo?), un momento unico nella storia dell’umanità in cui le vecchie tecnologie si arrendono alle nuove e in cui i valori umani stentano a mantenere un equilibrio in questo accelerato cambiamento.
Young non sembra imbarazzato da tutto ciò; non ha alcun problema nel sistemare i due mondi nella sua lastra di vinile (e cosa che conta di più è probabilmente divertito nel pensare allo sconcerto che la sua nuova musica causerà ai vecchi folkettari vestiti di renna che lo apprezzavano per Harvest). In verità, una volta oltrepassata la sua vernice di radicalità sonica Trans finisce con l’essere una stravagante dissertazione sul tema dell’uomo e la macchina, con Young che fa a suo modo lo spiritoso con l’alta tecnologia (notare i coyote selvatici che ululano nella fattoria del cowboy computerizzato e l’automa in cerca di compagna che canta “Ho bisogno di un’unità da campionare e salvare/ ma non quella arrabbiata, un nuovo design, un nuovo design”, spazzando via con casuale noncuranza tutta la melassa della classica canzone d’amore). Lungo la strada poi dissemina qualche buon numero di chitarra (il riff discendente di “Computer cowboy” è un killer) e meriterebbe anche un successo da dance club con “We’re in control” un rutilante grido di insurrezione computerizzata che surclassa i crucchi. Ma come cantava lo stesso Young prima o poi tutto diventa vero e lui centra il bersaglio con l’ultimo brano “Like an Inca”. La sua canzone è un viaggio sinottico con i cavalieri dell’apocalisse attraverso un paesaggio su cui incombe pesante l’aura di un imminente disastro. È costruito su un tagliente e jazzato riff suonato da una schiera di chitarre a cui la batteria e le conga aggiungono arricchimenti ritmici: è ventilato andamento latino che ricorda il primo Santana. Ma l’andamento arioso del brano è contrastato da un fatale motivo di due note suonate dal sintetizzatore e dalle oscure profezie di Young: “Disse il condor alla mantide religiosa/ perderemo questo posto/ proprio come abbiamo perso Atlantide”. Con una voce che si rompe per l’offesa, Young rievoca lo spettro dell’olocausto nucleare (“Chi ha messo la bomba sull’altare sacro?”) anche se la morte è già stata comunque prevista quando la zingara gli legge il futuro e gli dice che “Non si vede niente”.
Per tutto questo album, così come aveva fatto in Rust Never Sleeps, Live Rust e Re-ac-tor, Neil Young sconcerta con la nuova ondata musicale e la prossima ondata tecnologica. In “Like an Inca” sembra come se desiderasse vivere in un qualunque spazio o tempo diverso da quello attuale e la gloriosità delle vecchie civiltà riempiono di rimpianto la sua immaginazione: “Avrei voluto essere un atzeco/ o una guida del Perù/ avrei costruito palazzi meravigliosi/ per dare riparo a pochi prescelti”. È così anche quando, nel momento in cui la fine di questa odissea si avvicina, ritrova un senso stranamente sereno di sollievo e di soluzione:
Mi sento triste, ma mi sento felice
Perché sto tornando a casa
C’è un ponte sul fiume
Che devo attraversare da solo
Come una pietra rotolante

Tutto ciò mi dice che nonostante il suo armeggiare con l’hardware dell’età dei computer, Neil Young è ancora un orologio a carica manuale in un mondo digitale, un solitario che chiede verità e che continua a ticchettare per le cose durature: amore, umanità, dignità, forza. La giusta battaglia.
Parke Puterbaugh, Rolling Stone 1983

domenica 22 gennaio 2017

Rust Never Sleeps / Live Rust - The Rolling Stone archives

RUST NEVER SLEEPS / LIVE RUST – 1979

Rolling Stone Music Awards 1979 – referendum dei lettori.
Artista dell'anno: 1° Neil Young
Album dell'anno: 1° Rust Never Sleeps
Miglior autore: 1° Neil Young
Miglior cantante uomo: 1° Neil Young

Per tutti coloro che sono ancora appassionatamente innamorati del rock ‘n’ roll, Neil Young ha fatto un disco che ne definisce il territorio o meglio che lo definisce, lo espande, lo esplode. Lo rade al suolo. Rust Never Sleeps mi dice più della mia vita, del mio paese, e del rock ‘n’ roll di ogni altra musica che io abbia mai sentito da anni a questa parte. Come un amico o un amante ritrovato che ti giura onestà ed è impaziente di condividere con te tutto ciò che può essere importante, questo album è allo stesso tempo un concentrato e una visione sinottica di… tutto: le rocce e gli alberi e le ombre tra le rocce e gli alberi. Allo stesso tempo i testi di Neil Young trasudano forza e speranza, mettono in guardia e portano cordoglio. Rust Never Sleeps è probabilmente l’epitaffio perfetto per la maggior parte di noi, ma può anche essere un richiamo all’azione. Su On The Beach del 1974 il cantante riassunse una canzone (“Ambulance blues”) e uno stato d’animo con una metafora fuori dai denti: “Credo che la chiamerò malattia avanzata”. Sullo stesso disco sentì lo stesso rinnovamento di energia che descrisse in “Motion pictures” con quello che può essere reputato uno dei versi più vanitosi ed egoistici del r ‘n’ r: “Sento che la montagna fa bene”, ma Rust Never Sleeps fa bene ad ogni precedente promessa di Young.
Come potete vedere, qui abbiamo a che fare con l’onniscenza, non con l’ironia. Troppo spesso l’ironia è l’ultima facile scappatoia per quelle teste di cazzo intelligenti che confondono un cuore con una trappola, che non riescono a trovare il centro delle cose perché il loro stare sul filo è fottutamente affascinante e che si ritengono troppo fighi per potergliene importare o per accettare commiserazione. Neil Young non ha di questi problemi perché attualmente sa chi è e contro cosa combatte, perché sembra essersi conquistato il suo punto di vista, perché la sua musica piena di brividi e di idiosincrasie è contraddistinta da una saggezza e da un’intelligenza straordinarie. Per tutti questi motivi Young se ne può uscire e dire qualunque cosa senza l’affanno, la retorica o la facile lezione morale di cui sembrano intrise le più recenti produzioni. Lui non ha bisogno di queste stronzate. Quest’uomo non riduce mai le sue canzoni al mero significato delle loro parole: ti dà la cosa intera, emozioni (e talvolta contraddizioni) controllate ma illimitate. Secondo me Neil Young surclassa chiunque nel rock ‘n’ roll di oggi sotto il profilo dello scrivere, del cantare, del suonare, del pensare, del sentire e del durare nel tempo. Di tutti i maggiori artisti rock che hanno iniziato negli anni Sessanta (Bob Dylan, Rolling Stones, Who, eccetera) è l’unico che è consistentemente meglio oggi di allora.
Anche se non è proprio un concept album Rust Never Sleeps è un disco sul rock ‘n’ roll, sul bruciarsi, sulle violenze contemporanee e storiche dell’America e sul desiderio o la necessità di fuggire qualche volta. È un’esortazione a tornare rivolta a coloro che ancora ne hanno la possibilità e un elegiaco tributo a chi non ce l’ha più. Tutto ciò è abbastanza chiaro. Ma, al contrario di molti dischi di Young, questo abbraccia volutamente una gran quantità di stili, dalla seriosità del sensibile cantautore di “Thrasher”, all’affascinante fantascienza di “Ride my Llama”, al country-rock di “Sail away” (un delizioso avanzo di Comes A Time cantato con Nicolette Larson) fino all’aperto abbraccio alla grezza potenza del punk dell’ilare e corrosivo commento sociale di “Welfare mothers”. Il primo lato è minacciosamente acustico: solo apparentemente una dimostrazione folkeggiante, in realtà si tratta di una virtuosa dimostrazione di come un rock ‘n’ roller possa staccare la spina e poi, attraverso la pura forza di volontà personale, decidere di incrementare di nuovo il voltaggio. Il lato b è travolgente rock ‘n’ roll dei Crazy Horse, anche se nel primo brano, “Powderfinger” è abbastanza stranamente la più pura narrazione folk dell’album. E per provare che è più di un semplice combattente Young butta fuori un brano come “My my, hey hey (out of the blue)” o “Hey hey, my my (into the black)” in versione acustica ed elettrica.
Rust Never Sleeps comincia con “My my, hey hey (out of the blue)” e in un istante si capisce (da quelle note ossessive e sinistre suonate dalle corde basse della chitarra, dal rispettoso e dimesso tono del cantato e dalla ripetizione delle parole) che questa canzone non è molto lontana dal nocciolo della questione. E qui il nocciolo della questione è morte e disperazione. E commercio. Mentre “out of the blue and into the black” (“fuori dal blu” – o “dalla tristezza” – e “dentro al nero” – o “nella disperazione”) è una frase piena di una mortale fatalità, “into the black” può anche significare soldi, successo e fama, cose che comportano tutte un alto prezzo: “My my, hey hey” canta Young, un verso fatalistico e derisorio allo stesso tempo, “il rock ‘n’ roll è qui per restare”. Vengono poi citati Elvis Presley e i Sex Pistols:
Il Re è andato ma non dimenticato/ Questa è la storia di Johnny Rotten/ È meglio bruciare che arrugginire/ Il Re è andato ma non dimenticato
Anche se Young crede che “il rock ‘n’ roll non può morire”, sa che molte persone in esso invece sì, muoiono. Velocemente. Da qui l’ammonimento finale: “C’è più dell’immagine che salta all’occhio”. Poi viene l’autobiografica “Thrasher” (in cui la trebbiatrice è la metafora della morte), ancora una canzone sulla distruttività del r ‘n’ r, inteso qui come stagnazione artistica che deriva dalla vita facile. Nel momento in cui il cantante racconta della caduta in basso di molti amici e colleghi,
Erano il miglior assortimento/ Furono avvelenati dalla protezione/ Non c’era nulla di cui avevano bisogno/ Non avevano più nulla da scoprire/ Si persero in formazioni rock/ O divennero panchine mutanti nel parco/ Sui marciapiedi e nelle stazioni/ Aspettavano, aspettavano,
decide che questo non succederà a lui:
Così mi stufai e li lasciai lì/ Erano solo pesi morti per me/ È meglio giù in strada senza quel fardello
Scritta in parte nel florido e fluente stile rock poetico di metà anni Sessanta e magnificamente suonata alla dodici corde e all’armonica, “Thrasher” è una composizione molto complessa che indugia profondamente su legami e limiti di realtà, ricordi infantili, paura, droga, industria musicale, prendendo duramente posizione sul proprio fare arte. Quando quest’ultima è minacciata, Young canta:
Allora ho capito che ne avevo abbastanza/ Feci fuori la carta di credito in cambio di carburante/ Mi diressi dove il selciato diventa sabbia/ Con un biglietto di sola andata per il paese della verità/ E la mia valigia in mano/ Ancora non capisco come ho perso i miei amici
Se questi versi riportano alla mente il lato di On The Beach con la sequenza “On the beach”/ “Motion pictures”/ “Ambulance blues” è perché a quello si riferiscono. Anche quella sequenza di canzoni diceva di sopravvivere con dignità. Se prese come entità unica unità, “My my, hey hey” e “Thrasher” suggeriscono quasi una parafrasi del padre di frontiera che mette in guardia il figlio in “Powderfinger” sul secondo lato: il rock significa corri, figliolo, i numeri aggiunti non significano nulla. Ma Young non è così incline a fare prediche. Se è abbastanza forte per andarsene, lo è anche per rimanere a lavorare. È in grado di adattarsi (“Potrei vivere in un teepee/ Potrei morire in Penthouse trentacinque”). Lui seppellirà la sua morte e forse ci farà sopra anche un macabro scherzo: “Ricordi Forte Alamo quando stavano per arrivare i rinforzi/ È meglio qui e adesso, mi sento proprio così bene oggi”. Nonostante la professione possa essere pericolosa, è anche gloriosa e alla fine ne è orgoglioso (“Consegnare berline è un lavoro che so che mi terrò/ È stato difficile trovarlo”). Nel feroce finale di “Hey hey, my my (into the black)” coi Crazy Horse, Neil Young fa apparire il r ‘n’ r sia meravigliosamente assassino, sia terribilmente trionfante, con quella batteria che schiocca come una frusta, le chitarre che sfondano come cannoni e la voce che si eleva sopra quel baccano rosso sangue come una bandiera che continua a sventolare: “È questa la storia di Johnny Rotten?” si chiede. Si e no. Se non riusciamo a capirlo, possiamo star certi che ci proveremo fino alla morte, sembra voler dire. Sono forse l’ultima persona al mondo che può affermare che le due migliori canzoni dell’album sul r ‘n’ r, “My my, hey hey (out of the blue)”/ “Hey hey, my my (into the black)” e “Thrasher”, hanno qualche diretta connessione con “Pocahontas” e “Powderfinger” in comparazione all’America. Naturalmente sono anche l’ultima persona al mondo che può negarlo. “Pocahontas” è semplicemente incredibile e solo Neil Young avrebbe potuto scriverla. È una quieta saga sugli indiani d’America con questi amabili versi:
Aurora boreale/ Il cielo ghiacciato dalla notte/ Pagaie tagliano l’acqua/ In un folo lungo e concitato
Poi salta velocemente dalle visioni coloniali ai massacri della cavalleria, fino ai sobborghi urbani e alle assurdità tragicomiche dei nostri giorni:
E forse Marlon Brando/ Sarà là al fuoco/ Staremo a parlare di Hollywood/ E delle belle cose che ti affittano là/ E dell’Astrodome e del primo teepee/ Marlon Brando, Pocahontas e io
Con “Pocahontas” Young naviga nel tempo e nello spazio come se gli appartenessero. In un solo verso attraversa tutto un secolo: “Hanno massacrato i bisonti/ Messi in un angolino dalla banca”. Si lancia persino in un flashback (con un gioco di parole osceno) talmente pazzo e toccante che l'ascoltatore non sa se ridere o piangere:
Avrei voluto essere un cacciatore di pelli/ Ne avrei date un migliaio/ Per dormire con Pocahontas/ E scoprire come si è sentita/ Al mattino sui prati verdi/ Nella terra natìa che non abbiamo mai visto
Cercate di ridurre ciò ad un’unica emozione. Come l’attacco degli elicotteri nell’enormemente ambizioso Apocalipse Now di Francis Ford Coppola, la violenza di “Powderfinger” è allo stesso tempo spaventosa e seducente, sia per noi che per il suo narratore, per poi scoprire che è troppo tardi. In questo racconto del vecchio West, un giovane lasciato a guardia di un piccolo insediamento si ritrova assediato e non riesce a sopportare di rimanere lì a fissare i proiettili che gli sfrecciano accanto: “Avevo appena compiuto ventidue anni/ Mi stavo chiedendo cosa fare”. Tra una strofa e l’altra Neil Young dà una stretta di vite al suo giovane eroe con dei galvanizzanti assoli di chitarra, mentre i Crazy Horse liberano tutto ciò che hanno: la tensione è traumatizzante, la nostra empatia e fascinazione insopportabile, e Young non ci permette di distrarci: “Quando il primo sparo colpì la banchina li vidi arrivare”, dice il ragazzo, e anche noi siamo in ansia con lui. Nascosta sotto le parole c’è, come dice Greil Marcus, “quel filo di note ascendenti tagliate da un mortale accordo discendente, ovvero il fatalismo in un fraseggio”. L’eroe agisce: “Puntai il fucile e presi la mira/ Senza mai smettere di chiedermi il perché”. Young preme il grilletto. Il narratore dice: “Poi vidi nero e la mia faccia esplosa in cielo”. Ma non finisce qui, infatti il ragazzo morto aggiunge un’altra strofa:
Dammi riparo dalla polvere e dal dito/ Ricoprimi col pensiero che ha premuto il grilletto/ Solo pensami come non ti sei mai immaginato/ Svanito così giovane/ Con tante cose lasciate incompiute/ Ricordami al mio amore, so che le mancherò
Il re è andato ma non è stato dimenticato. Anche questa potrebbe essere la storia di un Johnny Rotten. “Ehi, ehi, my, my il rock ‘n’ non può morire”. Neil Young dovrebbe avere l’ultima parola sulla propria musica, sul proprio futuro e su Rust Never Sleeps. Questi versi di “Thrasher” sono una magnifica dichiarazione d’intenti:
Ma io non mi fermo là, ho ancora il mio filare da seminare/ Solo un’altra linea nel campo del tempo/ Verranno le trebbiatrici e sarò fisso nel sole come i dinosauri nei musei/ Allora saprò che è arrivato il momento di dare ciò che è mio.
Paul Nelson, Rolling Stone 1979

È proprio perché Neil Young è così ambizioso che talvolta la sua carriera sembra incompleta in maniera frustrante; è come un politico esperto (come David Bowie) sempre pronto a cambiare maschera, dal sensibile cantautore folk allo strillante rock ‘n’ roller, dal bambino dei sessanta al severo revisionista dei settanta, da temerario romantico a sardonico critico della sua stessa cultura. E il suo successo in ciò è ancora più degno di nota perché Young lavora con un idioma folk-hippie, romantico-sentimentale in cui ogni ruolo oltre tutti gli opposti dialettici del suo carattere in un singolo manifesto che definisse non solo l’artista, ma anche il suo pubblico (nonostante l’eroica consapevolezza di sé non si accomoderà mai). Negli ultimi due anni si è assistito ai migliori lavori di Young. Alla fine del 1978 Comes A Time ha purificato e riaffinato le sue radici folk, facendo diventare l’album una miniatura perfetta e stilizzata di uno degli aspetti della sua personalità. Poi a metà 1979 è arrivato Rust Never Sleeps, un album che era tutte le personalità: sferragliante, caotico, intenso e pieno di quella disperata urgenza che Young sembrava non conoscere più da un po’ di tempo. Per lui pubblicare Live Rust a ruota di Rust Never Sleeps è un modo per ribadire e innalzare la pressione. Nonostante Young stia mirando ora a un bersaglio più grande, ha deciso di fare un disco dal vivo adesso per le stesse ragioni per cui fece Tonight's The Night nel 1975. Vuole dare come un risonante impatto giornalistico per scuotere il pubblico con l’immediatezza del momento storico. La storia conta evidentemente molto nella mente di Young (il fatto che sia il decimo anniversario di Woodstock deve significare molto). All’inizio ha creato leggende come elegiaco cantore dei sixties e un motivo per cui la sua opera non emerse come avrebbe dovuto durante il lungo periodo di deliberato oscurantismo che seguì Harvest è che non ha trovato un tema della stessa portata. Per Young il 1979 rappresenta la fine di un’altra epoca e questo sembra averlo spronato all’azione. Quello che sta cercando di fare con Live Rust è di raffigurarsi come un Tiresio del r ‘n’ r che mette in guardia sul futuro e che cerca in qualche modo di legare le canzoni degli ultimi dieci anni in una vasta e singolare storia di quei tempi. Live Rust copre quasi tutti gli aspetti della sua carriera ed è messo insieme e presentato come una scomposta epica sulla perdita e sulla disillusione. È r ‘n’ r come superspettacolarità emotiva, selvaggiamente ambizioso e pienamente riuscito. Come Rust Never Sleeps, inizia con un lato acustico per poi esplodere nel r ‘n’ r e quello che nei primi album era un contrappunto qui diventa una progressione. Mettendo in fila “Sugar mountain”, “I am a child” e “After the gold rush” Young accosta l’infanzia reale delle prime due canzoni con l’infanzia simbolica degli anni Sessanta. “Comes a time”, seppur fuori dall’ordine cronologico, si inserisce perfettamente in questa sequenza perché è la canzone che otto anni dopo risponde ad “After the gold rush” ma è conciliatoria laddove l’altra era assoluta, stoicamente matura e si alternava tra idilli e amarezze di gioventù. Il messaggio è ovvio: l’innocenza è una stagione passeggera a cui seguono prove più dure. Per tutto l’album Young gioca col dualismo tra gioventù e vecchiaia, tempo e cambiamento. Lega composizioni intime e personali con più ampi canovacci sociali, mettendo in discussione il proprio passato perfino quando cerca di farlo rivivere per noi. Ogni canzone viene investita di un significato particolare solo con l’accostamento alla successiva e al suo mitico contesto. Qualche volta una vecchia canzone viene usata come un artifizio: per esempio “The needle and the damage done” se presa da sola è una diretta condanna, più che una riflessione autoindulgente. Ma qui, schiacciata tra “The loner” e la bramosa “Lotta love” e introdotta da un fatuo ritaglio dei nastri di Woodstock, è semplicemente un’altra istantanea giornalistica e da ciò deriva la sua maggiore forza d’impatto.
Accoppiando “Cortez the killer” di Zuma alla “Powderfinger” di Rust Never Sleeps Young delina il suo particolare sentimento romantico per la frontiera americana con un’acerba consapevolezza di come questa frontiera era agli inizi. All’interno di “Cortez the killer” Young opta per un’audace trasformazione cantando il verso “Venne danzando sull’acqua” in uno stile reggae tale da non solo mettere in connessione la storia di un colonizzatore sfruttatore con le odierne politiche nei confronti del Terzo Mondo, ma anche allineandosi con la musica politicamente più radicale dei nostri giorni. In un altro caso il senso che aveva la canzone viene cambiato dalla nuova enfasi data alla performance, facendo diventare la frase “È difficile trovare un lavoro” il punto focale di “Sedan delivery”, ripetendola continuamente sopra un galvanizzante riff chitarristico, il cantante trasforma il brano da piccola fantasia a inno sulla recessione. Young ha fatto il suo ingresso nel r ‘n’ r come suono puro nel 1975 con Zuma, dopo aver imparato ad usare il rumore grezzo con Tonight's The Night, ma non si è preparati alla portata e alla profondità dell’esecuzione che si ascolta su questo disco, così radicale e maestosa, piena di una forza lacerante. Invece di aumentare la velocità del ritmo nelle lunghe improvvisazioni, Young e i Crazy Horse lo rallentano a un’andatura quasi funerea, lasciando spazio tra le note corrosive disegnate dalla chitarra e una sorda e soffocata batteria. Poi fanno trasalire con un’improvvisa esplosione di sporco rumore. Le ultime due facciate di Live Rust si fondono in un enorme, oscuro canto funebre. Sono così massicce e maestose che danno l’impressione di una gigantesca montagna in movimento. Ancora: in “Cortez the killer” e nella scintillante “Like a hurricane” le chitarre sembrano fluttuare e scorrere come un fiume di lava che sfocia in “Hey hey, my my (into the black)” che Rust Never Sleeps era come un’eruzione dal nulla, forte e diretta come un telegramma. Qui è il culmine logico di tutto ciò a cui Live Rust tende, rock ‘n’ roll trattato allo stesso modo in cui un sudista può vedere la Guerra di Secessione (infatti nello spirito assomiglia più a “The night they drove old Dixie down” della Band che non a “Rock ‘n’ roll is here to stay” di Danny & the Juniors). “Hey hey, my my (into the black)” è sia una poesia da brivido sulla morte (con la voce di Young che si sforza valorosamente di portarti verso lunghe estensioni di spazi vuoti), sia una cupa e provocante ode alla sopravvivenza. Quando Neil Young canta “Il Re è andato, ma non dimenticato/ È questa la storia di Jonnhy Rotten?” è chiaramente Rotten che si piange, non Elvis Presley: Rotten ha incarnato l’estremo che Elvis ha rinnegato da tempo, l’estremo che lo stesso Young sta ora cercando di sostenere.
Segue “Tonight’s the night”. Sembra la naturale conclusione e acquista ancora più risonanza. Invece di essere solo su Bruce Berry e Danny Whitten, suona e appare come un elegia dedicata ai morti che si sono incontrati dall’inizio dell’album e più in generale per tutti gli anni settanta. L’evocazione di quel viaggio è lo scopo finale, la frase ricorrente in questo periodo è che il recente decollo dell’industria discografica sia “un’anticipazione degli anni ottanta”. Potrebbe forse essere applicata anche a questo disco, ma il vero messaggio di Live Rust è che il rito del paesaggio degli ultimi dieci anni dura anche oggigiorno (e notte): questo è l’importante. 
Tom Carson, Rolling Stone 1980

I 100 migliori album degli ultimi 20 anni – 66° Rust Never Sleeps
Ehi ehi, my my, il rock 'n' roll non morirà mai, perlomeno finché rocker come Neil Young continueranno a fare dei ritorni come Rust Never Sleeps, il risultato di un tour in cui suonò per la prima volta questi brani e ne registrò le basi dal vivo. Il disco arrivò dopo che per anni Young aveva sfornato incisioni opache o indifferenti. Questo disco non arrivò come un vero e proprio shock (Neil Young è un tipo da cui non ci si può attendere che segua un sentiero risaputo e scontato, nemmeno nel caso del suo declino artistico), ma una sorpresa deliziosa; per metà acustico e per metà elettrico, quest'album mostrò Young al lavoro con la profondità di un veterano e il vigore di un ragazzaccio. Una raccolta di favole complesse nello spirito degli Indiani d'America a fronteggiare un futuro incerto e minaccioso, Rust Never Sleeps tocca la maggior parte dei temi visitati da Young fin dagli ultimi anni '60 rimettendoli in una forma sonora inaspettatamente succinta e convincente. Sia che si venga attirati dal senso casalingo e folkeggiante delle sue canzoni acustiche, che dal trash indisciplinato del suo lavoro elettrico, si trova sempre qualcosa che piace in Neil Young: le ballate senza accompagnamento del primo lato sono le più amabili del suo repertorio, i rock della seconda facciata le più ruvide.
Il lato acustico si apre con “My My, Hey Hey (Out Of The Blue)”, un brano dalla forma così disadorna da farlo sembrare un affettuoso, simpatico saluto ai Sex Pistols e allo spirito del rock. “Thrasher” è una vivida e ossessionante ballata su (scegliete voi) la tecnologia incontrollata o su CSN. Le tre canzoni seguenti (“Ride My Llama”, “Pocahontas” e “Sail Away”) esplorano il fascino che da lungo tempo esercitano su Young gli spazi aperti e la nobiltà dei selvaggi. Le immagini sono indelebili, ma rese cruciali dalla loro intelligente asciuttezza. Giri il disco e trovi Young alle prese con la rabbia viscerale di Johnny Rotten a suonare l'hard rock più distruttivo che abbia mai fatto. “Welfare Mothers” e “Sedan Delivery” sono abrasive e brucianti, mentre “Powderfinger” cattura il sentimento della sopraffazione, di chi è alla deriva e condannato puntando il dito sulla prepotenza del potere. Infine c'è “Hey Hey, My My (Into The Black)” nella quale riprende la canzone iniziale suonandola con una furia controllata a malapena. Le due versioni drammaticamente differenti di questa canzone sono unite dalla semplice fede di Young nel potere trasformista del r'n'r, potere che mai prima d'ora aveva utilizzato così pienamente. 
Rolling Stone 1987

Neil Young ha spesso dimostrato, nel corso della sua quarantennale carriera, la capacità di rinnovarsi, non fermandosi alla fama di nuovo menestrello del country-folk che gli era stata appiccicata addosso dopo il clamoroso successo di un album ecumenico come come Harvest (1972). Ma per le 25 date del Rust Never Sleeps tour del 1978, ricordato da Rolling Stone nel 1987 tra i migliori 20 concerti degli ultimi 20 anni, il cantautore scelse una reinvenzione radicale, che partiva dall'infanzia. Così Neil ricordava l'idea di fondo: “Un ragazzo sogna di essere in un gruppo rock, ma è un ragazzino per cui tutto è più grande della realtà, ogni aggeggio è enorme. Così se ne sta lì addormentato in cima a questo amplificatore, poi si sveglia e suona un paio di canzoni sulla gioventù”. Dal vivo, Neil si svegliava sopra un gigantesco ampli, imbracciava la chitarra acustica e intonava canzoni di stupore bambino come “Sugar Mountain” e “I Am A Child”. Poi scendeva sul palco, dove intorno a lui si affaccendavano nella monumentale scenografia i “Road Eyes”, misteriosi esseri incappucciati dagli occhi che scintillavano di luce rossa, simili ai Jawa di Guerre Stellari. Erano i roadie, alcuni illustri (come l'inviato di Rolling Stone Cameron Crowe, che nel febbraio 1979 intitolerà un articolo-intervista sul cantautore “L'ultimo eroe americano”) che preparavano il palco per l'esibizione di Neil con i Crazy Horse. Come un'eco dal passato, la voce di un annunciatore di Woodstock 1969 esortava: “Forse se ci sforziamo di pensare tutti insieme, possiamo fermare questa pioggia!” prima di “The Needle And The Damage Done”. Poi cominciava la vera festa, con un set infuocato di elettricità che passava in rassegna classici come “The Loner”, “Cortez The Killer”, “Cinnamon Girl” e “Like A Hurricane”. Su tutto lo spettacolo aleggiava la consapevolezza del tempo che passa, della decadenza e della necessità di combattere la ruggine che non dorme mai. E spiccava una nuova canzone divisa in due parti, acustica - “My My, Hey Hey” - ed elettrica - “Hey Hey, My My” - dove Young saldava il passato del rock con il suo presente, ricordando Elvis, scomparso appena un anno prima (“Il re è morto, ma non dimenticato”) e celebrando i giovani eredi Sex Pistols (“Questa è la storia di Johnny Rotten”). Forever Young.
I 50 momenti che hanno fatto la storia del rock, Speciale Rolling Stone